Nel pieno della Seconda guerra mondiale, quando gli oceani erano diventati campi di battaglia e i sommergibili colpivano senza preavviso, esistevano ancora uomini che cercavano di restare fedeli a un codice d’onore. Non perché la guerra fosse meno brutale, ma perché credevano che anche nel conflitto si potesse restare umani.
È il caso di Carlo Fecia di Cossato e Gianfranco Gazzana Priaroggia, due comandanti di sommergibili della Regia Marina. In più occasioni, dopo aver affondato navi nemiche, decisero di soccorrere i sopravvissuti, fornendo acqua, viveri e indicazioni di navigazione alle scialuppe.
Un esempio emblematico riguarda l’affondamento del mercantile britannico SS Stansgarth nell’aprile 1942 da parte del sommergibile Tazzoli. Dopo l’attacco, il comandante Fecia di Cossato non si limitò a lasciare i naufraghi al loro destino: fornì rifornimenti all’equipaggio e aiutò le scialuppe, arrivando persino a prenderle a rimorchio per un tratto.
Il comandante della nave britannica, J. W. Binns, una volta salvato, riferì alle autorità inglesi parole che colpiscono ancora oggi:
“Se tutti i marinai italiani sono come il comandante del Tazzoli, l’Italia può essere orgogliosa della sua flotta. È un grande marinaio e un perfetto gentiluomo.”
È una testimonianza importante perché arriva da un nemico. E ricorda qualcosa che spesso dimentichiamo quando parliamo di guerra: combattere non significa necessariamente diventare barbari sanguinari.
Anche nel mezzo di un conflitto totale, quando gli ordini e la propaganda spingono verso la disumanizzazione dell’avversario, alcuni uomini scelgono comunque di rispettare quello che i marinai chiamavano le “leggi del mare”: soccorrere chi è in pericolo, indipendentemente dalla bandiera.
La guerra resta sempre una tragedia. Ma storie come questa dimostrano che, persino nelle circostanze più dure, esiste ancora spazio per l’onore, la dignità e il rispetto per la vita umana. E forse è proprio questo che distingue i soldati dagli assassini.
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