Sono tornato a Sarajevo dopo oltre due decenni di assenza. La città, pur avendo ricostruito i suoi palazzi storici e rimosso gran parte delle cicatrici visibili del conflitto – vetri rotti, muri crivellati – conserva un’architettura che, al di là della ripulitura, è rimasta pressoché immutata. Il cambiamento più profondo, tuttavia, non è nelle pietre ma nelle persone.
Camminando per le strade, si nota la presenza di quarantenni: figli di una generazione che la guerra civile ha spazzato via, assente durante le mie precedenti frequentazioni. Molti sono morti, altri emigrati. Ora, quella fascia d’età riemerge, testimone silenziosa di una rinascita demografica.
Un altro segno tangibile del mutamento è l’aumento dei volti femminili coperti. Non solo tra le donne bosniache di fede musulmana – che costituiscono una parte significativa del 51% della popolazione – ma soprattutto tra quelle provenienti dal Golfo. I loro mariti e padri, portatori di petrodollari, sembrano incarnare una nuova forma di influenza, forse anche di dominio, sul destino del paese.
La Bosnia-Erzegovina resta uno Stato fragile, con una sovranità limitata, incardinata nel sistema di Dayton: un regime che, pur essendo nato come provvisorio, si è cristallizzato in una condizione paradossalmente definitiva. Eppure, tutto appare florido: gente elegante, negozi raffinati, automobili di lusso, resort turistici sulle montagne che furono teatro delle Olimpiadi invernali jugoslave.
Ma questa prosperità è condizionata. Finché affluiscono i fondi europei, il sistema regge. Quando questi verranno meno, nuovi equilibri – forse meno desiderabili – potrebbero imporsi. Come vent’anni fa, il fuoco continua a covare sotto la cenere.
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